MONOGRAFIA IN DUE PARTI SUL DECALOGO di Antonino Lo Presti.
Prefazione dell’autore
I Dieci Comandamenti non sono soltanto un elenco di precetti: sono lo scritto di Dio, inciso con il suo dito, consegnato all’uomo come fondamento di vita e di giustizia. Nel corso della storia, essi hanno attraversato epoche e culture, diventando riferimento morale, base giuridica, ispirazione spirituale. La loro voce ha plasmato coscienze, ha orientato popoli, ha dato forma a leggi e codici che ancora oggi regolano la convivenza civile.
Eppure, lungo i secoli, la Parola scritta è stata anche cambiata, stravolta, adattata. Le piccole modifiche apportate, apparentemente innocue, hanno spesso generato grandi conseguenze, perché toccare ciò che Dio ha scritto significa alterare la sua volontà. L’Apocalisse ammonisce con forza: «Se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dall’albero della vita» (Apocalisse 22:19). Non è questo un forte avvertimento che ci ricorda quanto sia sacro custodire la Parola nella sua integrità? La Legge di Dio non è materia da manipolare, ma dono da accogliere. È un testo che non appartiene a un’epoca sola, ma che attraversa il tempo, immutabile ed eterno, capace di parlare oggi con la stessa forza con cui fu consegnato sul Sinai.
La Legge è stata data per il bene dell’uomo, affinché potesse vivere in armonia con Dio e con il prossimo, proteggendosi dal male e attendendo la realizzazione del Regno di Dio. È un oggetto di speranza antica e moderna, perché Dio è lo stesso ieri, oggi e in eterno (Ebrei 13:8). E proprio questa immutabilità rende la sua Parola urgente e necessaria anche per noi, oggi.
Introduzione
Ci sono momenti nella storia della salvezza che si distinguono da tutti gli altri. Momenti in cui Dio non solo parla, non solo crea, non solo ispira, ma scrive. È un gesto unico, irripetibile, che accade sul monte Sinai: «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della
testimonianza, tavole di pietra scritte con il dito di Dio» (Esodo 31:18).
Questa immagine sorprende e interroga. Dio è Spirito, invisibile, eterno. Eppure, la Scrittura usa parole umane, dito, mano, gesto, per raccontare un mistero che ci supera. Non si tratta di anatomia, ma di simbolo: il “dito di Dio” indica l’azione diretta, la volontà che incide, la presenza che lascia traccia. È il segno che ciò che viene scritto non è mediato attraverso profeti o angeli, ma viene da Dio stesso. Il gesto del dito ci vuole dire che la Legge non è solo parola pronunciata, ma segno inciso, permanenza scolpita. Non è un suono che svanisce, ma una scrittura che resta. È un ponte tra l’invisibile e il visibile, tra l’eterno e il tempo, tra lo Spirito e la pietra.
Le “dieci parole” sono, in sintesi, un riassunto dell’intera Torah ebraica. Ogni parola racchiude un principio che poi si espande in altre leggi e insegnamenti. Per questo la tradizione del popolo ebreo le ha viste come fondamento di tutto il resto. Le “dieci parole”, inoltre, sono dieci enunciazioni divine, ciascuna contenente un principio ampio. La tradizione cristiana le ha poi declinate come comandamenti concreti, per tradurre quei princìpi in norme di vita. In origine, però, non erano semplici regole, ma parole di alleanza, scritte da Dio come fondamento della relazione con il suo popolo.
Questa monografia nasce dallo stupore davanti a quel gesto: Dio che scrive. Non vuole essere un trattato teologico né un manuale di diritto. Vuole essere un racconto fluido e discorsivo, un viaggio che parte dal Sinai e attraversa la storia, la tradizione, la simbologia, fino ad arrivare alla nostra vita quotidiana.
Il mio intento è accompagnare l’attento lettore in un percorso che va dal generale al particolare: dalla visione d’insieme alla meditazione su ciascun comandamento, fino a scoprire come quelle parole possano ancora illuminare il nostro tempo. Non sarà di certo un manuale, ma un cammino. Non sarà un codice, ma una fluida narrazione. Perché davanti allo scritto di Dio, l’unica risposta possibile è lo stupore.
Questo percorso lo reputo utile soprattutto per la mia crescita interiore. È il mio desiderio di avvicinarmi al cielo attraverso lo scritto non di uomini, ma di Dio. Voglio entrarci dentro, lasciarmi prendere, catturare, rapire da queste parole. Non so cosa succederà, ma sono ansioso di scoprirlo. Forse scoprirò che le Dieci Parole non sono soltanto legge, ma specchio dell’anima. Forse capirò che non sono soltanto memoria, ma presenza viva. Forse mi accorgerò che non sono soltanto scritte nella pietra, ma desiderano essere scritte
nel cuore. E se questo cammino riuscirà a rapire me, e spero che possa rapire anche chi legge. Perché davanti allo scritto di Dio non si può restare indifferenti: si è chiamati, si è toccati, si è trasformati.
«La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero» (Salmo 119:105).
Antonino Lo Presti