Riflessione di P. Luisetti/L’incontro avvenuto tra la donna samaritana e Gesù al pozzo di Giacobbe, nei pressi di Sicar, nel territorio di Samaria, sicuramente non era stato casuale. Quest’antico pozzo ancora in uso, lasciato in eredità dal vecchio patriarca, tiene nascosto più di una verità. Cercherò di portarne alla luce qualcuna.

«Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito, e quelli che lo adorano bisogna che lo adorino in spirito e verità» (Giovanni 4:23,24).

Sappiamo che la donna, abituata ai ritmi comuni della sua quotidianità, si avvicinò al pozzo per attingere la quantità di acqua necessaria per il suo bisogno giornaliero. Non sapeva che là, seduto sul muretto, c’era uno sconosciuto in sua attesa. Egli l’avrebbe coinvolta pian piano in un dialogo di fede molto profondo e, per certi versi, per lei inquietante. Gesù, da buon maestro sa aspettare i tempi e si mette a instaurare un normale dialogo chiedendole dell’acqua da bere.

«Gesù le disse: «Dammi da bere». … «La Samaritana allora gli disse: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Infatti, i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: “Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva» (Giovanni 4:7-10).

La samaritana comprende che lo straniero, parlando a quel modo, avrà dovuto conoscere parecchie cose sul regno di Dio e la venuta dell’atteso Messia. Accetta con naturalezza il confronto e risponde con un argomento che conosce bene, quello riferito ai padri della fede: Abramo, Isacco, Giacobbe. «Signore, tu non hai nulla per attingere, e il pozzo è profondo; da dove avresti dunque quest’acqua viva? Sei tu più grande di Giacobbe, nostro padre, che ci diede questo pozzo e ne bevve egli stesso con i suoi figli e il suo bestiame?» Gesù le rispose: «Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna» (Cfr. Giovanni 4:11-14).

La donna è impressionata dalla potenza delle parole di Cristo; tutto è nuovo per lei. Verso la fine del colloquio, il racconto biblico ci dice, che «la donna lasciò la sua secchia» e corse al paese per raccontare l’accaduto ai vicini di avere trovato il Messia atteso. Ecco la coraggiosa impresa che tutti i cristiani dovrebbero imitare allorquando hanno incontrato Cristo nella sua Parola, la Bibbia: «lasciare il secchio della tradizione» e correre a raccontare agli altri le meraviglie che Dio ha realizzato nella loro vita.

Da lunghi secoli la chiesa cattolica reclama l’autorità di possedere solo lei la facoltà di spiegare e interpretare le Sacre Scritture in virtù di essere l’unica depositaria della successione apostolica. Quando non ha argomenti scritturali a sua difesa nella disputa teologica, essa ricorre ai Padri della chiesa (Origene, Agostino, Crisostomo, Girolamo, Tommaso d’Aquino e molti altri). Facendo uso dei loro scritti, attinge come la samaritana, per modo di dire, “dall’antico pozzo di Giacobbe”, il pozzo della tradizione.

Vorrei ricordare agli amici cattolici che Giacobbe, figlio di Isacco, fu quel patriarca che ingannò con uno stratagemma suo fratello gemello Esaù di fronte al vecchio padre ipovedente, per appropriarsi del diritto di primogenitura con la sua benedizione paterna. Esaù, esperto cacciatore, vendette in un tempo precedente con giuramento a Giacobbe questo privilegio per un piatto di lenticchie. (Cfr. Genesi 27:18,19) Il nome Giacobbe significa appunto “il soppiantatore” perché al momento del parto afferrò con la mano il calcagno del fratello gemello Esaù, nato per primo, e quindi erede del diritto e dei privilegi di primogenitura. La sua vita è stata intrisa di vari inganni, dei quali però poi si pentì quando lottò con l’angelo di Dio in una terribile notte (Genesi 32:24-32).

LA FICTION RELIGIOSA CON L’ESPOSIZIONE DELL’EVANGELIARIO

In assenza di “spirito e verità”, la fiction celebrativa è la seducente simulazione e dilatazione della realtà. Cosa voglio dire con ciò? Per essere accettata e non fare brutta figura, la chiesa cattolica “finge e recita” quando dice che la Bibbia o il Vangelo hanno il posto preminente nella predicazione della messa. Nella sostanza non corrisponde al vero, perché la lettura della Parola di Dio è piuttosto un contorno formale che inizia spesso con le solite parole: «In quel tempo Gesù…». Il fulcro, la parte centrale della cerimonia liturgica nella messa, è la distribuzione ai fedeli dell’ostia con seguente adorazione della particola. Il presunto miracolo della transustanziazione nel corpo di Cristo avverrebbe in virtù delle parole “Hic est corpus meum” pronunciate dal sacerdote durante l’elevazione dell’ostia sull’altare.

Chi ha visto alla televisione come si svolge l’esposizione dell’Evangeliario (Raccolta dei quattro evangeli in un solo libro, vedi foto) a braccia tese verso l’alto portato in pomposa processione liturgica verso l’altare, comprenderà che tutto quello che accade in quei momenti di solennità si svolge in modo teatrale, ostentato, è pura recitazione, una fiction che rasenta l’abuso teologico, in cui l’evangeliario mostrato orgogliosamente ai fedeli ne è diventato la caricatura del Vangelo! In quelle circostanze, del libro Sacro, impreziosito da miniature e ricche rilegature, se ne fa un altro oggetto di culto, lo si venera nondimeno di tante altre reliquie esposte ai fedeli per essere baciate con grande profusione di incenso e ripetuti inchini con mani giunte. A volte, l’Evangeliario è coperto parzialmente da un panno per evitare di essere consegnato a mani impure. Continua…


© Pierluigi Luisetti