UN FICO INFRUTTUOSO? TAGLIALO!

Riflessione di P. Luisetti.

(Luca 13:6-9) Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”».

L’oggetto del nostro studio è la realtà di un fico particolare che, nonostante la manutenzione e le cure regolari ricevute, persiste nell’improduttività. L’albero di fico Gesù lo ha citato in svariate circostanze. Una volta quando pronunciò la strana maledizione sul fico sterile allorché ebbe fame (Marco 11:12-14) e una seconda volta nella parabola del fico infruttuoso che stiamo esaminando ora. Sebbene che queste due parabole parlino ciascuna di un fico con delle strette somiglianze tra di loro, non dobbiamo confonderle perché hanno una differente finalità.

Il contesto ci viene in aiuto

Se procediamo per gradi possiamo comprendere ancora meglio il pensiero centrale di questa parabola leggendo il contesto che lo precede. Infatti, i due racconti sono comunicanti tra di loro e bisogna inquadrarli insieme, come una sola coppia. I primi cinque versetti che vanno a seguire ci danno delle informazioni preziose perché i due discorsi, se allacciati, contemplano lo stesso esito: la morte dell’uomo impenitente.

(Luca 13:1-5) In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Gesù non cerca di dare spiegazioni ai due fatti di cronaca luttuosi, ma va ben oltre. Richiama l’attenzione dell’uomo sulla sua conversione totale prima che la sua vita su questa terra finisca, sia in modo naturale, sia in modo violento. A lui interessa comunicare che la vita eterna di ognuno sta in gioco e la si può perdere se non ci si ravvede al pressante messaggio di salvezza che lui è venuto a portare.

Quale commento possiamo dare a questi due episodi? Sicuramente, in seguito ad alcuni provvedimenti presi da Pilato, gli ebrei hanno reagito in un modo che hanno suscitato una reazione violenta da parte dei romani che occupavano la Giudea. Di conseguenza, alcuni soldati romani sono entrati nel cortile del tempio uccidendo dei Galilei mentre portavano i loro sacrifici al tempio. Secondo la mentalità ebraica di quel tempo, a quanti accadevano queste disgrazie, erano marchiati come dei peccatori che hanno subìto la punizione di Dio. Contrariamente, coloro che non attraversavano quel tipo di eventi venivano considerate come persone sante che hanno trovato grazia davanti a Dio.

Non è necessario entrare in altri minuziosi particolari di quelle cronache. A noi basta sapere che a quel tempo tra gli Ebrei questa credenza era assodata nella loro mente. Nulla di più sbagliato – e Gesù lo dice che questo modo di vedere le cose nel vissuto quotidiano è falso. Infatti, viene detto nel discorso sulla montagna (Matteo 5:45): «…poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Dio è imparziale, ma ama benedire e mostrare la sua bontà particolarmente verso coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti (Cfr. Esodo 20:6).

Giovanni Battista: stessa predicazione

Nondimeno, anche Giovanni Battista, il suo precursore, disse le stesse cose quando le folle andarono da lui per farsi battezzare nel Giordano confessando i loro peccati (Matteo 3:7,8,16): «Ma vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni di ravvedimento. (…) Ormai la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, viene tagliato e gettato nel fuoco”». NR 2006

Nei due proclami di Giovanni Battista prima, e di Gesù dopo, c’è un’intesa di pensiero comune, si completano a vicenda. La preoccupazione dei due messaggeri era quella di annunciare il regno di Dio e indicare a ciascun uomo cosa doveva fare per farne parte. Che cosa doveva fare chi ascoltava? Innanzitutto, bisognava (e bisogna) pentirsi, poi doveva (si deve) accettare l’invito di credere in Gesù come Messia, unico Salvatore del mondo, ed infine farsi battezzare e produrre di conseguenza dei frutti di ravvedimento secondo i doni che lo Spirito ha elargito ad ogni persona. Non ci sono vie di mezzo o altre scorciatoie, o di qua o di là. Chi non crede all’annuncio del Vangelo intende dire che l’offerta gratuita della vita eterna non gli interessa. Pertanto, nel giorno del giudizio la condanna di morte cadrà sopra di lui perché i suoi peccati non erano stati perdonati e rimossi. Il piano della salvezza è sintetizzato in modo eccellente in questo paragrafo (Giovanni 3:16): «Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna».

Qual era il problema del fico?

Questo fico dimostrava di avere un grosso problema esistenziale. Quale? Non dava frutto. Non fruttando correva quindi il rischio di essere soppresso dal proprietario a causa della sua inutilità, Sebbene la linfa di vita passasse fino all’estremità dei suoi rami, non dava profitto. Per tre anni consecutivi aveva prodotto solo foglie ostacolando lo spazio occupato dagli alberi circostanti. Gesù non dà spiegazioni, non interpreta la parabola come ha fatto altre volte. Questa parabola conclude con un “forse darà frutto in avvenire”, lasciando sospeso l’esito. Il racconto lascia la partita aperta, la sopravvivenza del fico dipenderà da quello che accadrà dopo che sarà stato concimato per un altro anno dal giardiniere.

Lo scopo pedagogico delle parabole

Gesù era il vero Maestro della “comunicazione superiore”, ricco di compassione e di amore verso tutti. Le parabole di Cristo vanno intese con un duplice scopo. Il primo obiettivo era quello di istruire i suoi discepoli e prepararli alla difficile missione evangelistica che li aspettava nel prossimo futuro, il secondo veniva usato come critica o condanna ai farisei e sacerdoti sadducei che continuamente cercavano di delegittimarlo circa la sua autorità di Maestro. Però la strategia di Cristo verso questi avversari era rispettosa, faceva loro degli appelli con una disarmante logica alla quale loro non poterono reagire, se non altro, subendo una plateale sconfitta. Gesù non li metteva a nudo pubblicamente per non accrescere il loro astio e odio nei suoi confronti.

La parabola dei malvagi vignaioli è il classico esempio di comunicazione induttiva senza che egli infierisse apertamente su di loro (Matteo 12:12): «Essi cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla, perché capirono che egli aveva detto quella parabola per loro…».

Una cosa è certa: sebbene in questa parabola l’albero di fico rappresenti la generazione a cui è stata rivolta (Israele), possiamo ben credere che sia indirizzata al cristiano di ogni tempo. Le amorevoli sollecitazioni e cure che si ricevono da Dio sono sempre le stesse. La scelta che farà ogni singolo di fronte alle richieste divine lo renderanno abilitato al Regno dei cieli oppure no. L’ostinata resistenza al ravvedimento produrrà la triste sentenza: TAGLIALO!

Pentimento o penitenza?

Nella Bibbia cattolica (La Bibbia, edizioni san Paolo, 1997) il noto passaggio pronunciato da Giovanni Battista (Matteo 3:8): “Fate dunque dei frutti degni di ravvedimento”, viene correttamente tradotto con: “Fate dunque veri frutti di conversione”. Non so per quale ragione, in Luca 3:3 e Marco 1:4 la stessa Bibbia cattolica riporta per due volte: “…predicando un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati”. Nell’italiano “pentimento e penitenza” non sono la stessa cosa, hanno un significato diverso. Lo spiego meglio con un esempio che mostra la differenza tra i due termini non sovrapponibili.

Se un cattolico, dopo essersi confessato dal prete, riceve da questi l’assoluzione dei suoi peccati e prima del congedo viene invitato da lui a pregare per penitenza un Padrenostro e tre Ave Maria, si intende spingere il penitente ad un’opera supplementare di riparazione e mortificazione per completare il perdono ricevuto. Dove sta scritto che dopo il perdono ricevuto da Dio uno debba ancora recitare per penitenza delle preghiere di espiazione per trovare la pace?

Questo della confessione auricolare (1) ad una terza persona – nel gergo cattolico chiamato il sacramento di riconciliazione – è totalmente estraneo nel pensiero biblico in questa forma o prassi (Cfr. Ebrei 4:14-16).

Nessuna preghiera penitenziale ha una funzione salvifica o di purificazione di fronte a Dio, anche se fatta con le migliori intenzioni del momento. Questa pratica stravolge il pensiero indicato nell’originale della Bibbia che per pentimento usa il vocabolo greco metanoia, che ha il significato di cambiare idea, pensare diversamente, ripensare le proprie convinzioni. Per ultimo, significa rimodellare la propria condotta morale secondo la volontà divina espressa nella sua Parola scritta. La conversione o pentimento è un atto immediato che richiede una trasformazione interiore di mente e di volontà che conducono ad un susseguente cambiamento di vita duraturo. La vita di un tossicodipendente che abbandona e tronca il passato dal suo vizio pernicioso, dando inizio ad una nuova prospettiva, la sua mutata condotta sarà la prova dell’autenticità della sua metanoia. Il cambiamento attuato in lui si deve notare dagli altri che gli diranno: non sei più quello di prima, sei cambiato!

Conclusione

La lezione del fico infruttuoso può essere intesa come una chance prolungata di salvezza che Dio offre ad ogni essere umano. Dio ci parla attraverso il vignaiolo (Cristo), ma anche pure attraverso i suoi operai fedeli che agiscono in nome suo predicando la sua Parola ai quattro canti della terra il messaggio di pentimento e redenzione in Cristo Gesù, unico mediatore. Essi sono capaci, attraverso le giuste cure di concimazione impartite ai bisognosi, di mettere gli uomini nelle condizioni di portare frutto. Il concime è la Parola di Dio che dà la vita, è la medicina che può guarire le manchevolezze di crescita ma è anche il nutrimento spirituale che spinge ogni credente già precedentemente pentito a portare maggiore frutto alla gloria di Dio. Per questo siamo stati creati e venuti al mondo.

I tempi calamitosi preannunciati nelle profezie della Bibbia si stanno adempiendo davanti ai nostri occhi, giorno dopo giorno, e non si fermeranno. Non è saggio rimandare il proprio ravvedimento ad un futuro incerto e lontano. Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano; poiché egli dice: «Ti ho esaudito nel giorno favorevole, e ti ho soccorso nel giorno della salvezza». Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno di salvezza! (2 Corinzi 6:1-2)  

Un buon fico deve portare frutto durante tutta la stagione. Esso non può produrre solo foglie per fare ombra attorno a sé, deve mostrare i frutti che danno prova che è un albero sano ed efficiente. Se però questa benedetta metamorfosi non dovesse accadere nel tempo di grazia, il proprietario della vigna (Dio) emetterà il fatidico verdetto: taglialo!

FINE

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© P.Luisetti